monica BISOGNO

     
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riflessioni sull'opera di monica BISOGNO

L’arte di Monica Bisogno è figlia dei nostri tempi, postmoderni, transumani e apocalittici. Apocalisse è una parola che deriva dal greco (καλύπτω vuol dire coprire, nascondere, velare, mentre άπò esprime allontanamento) e significa letteralmente togliere il velo, svelare. Perciò non è del tutto sovrapponibile all’ambiguo termine latino revelatio, che indica non soltanto lo svelamento, ma anche la ri-velazione ossia l’atto di rimettere il velo. Dunque in una sola parola si racchiude un’azione e il suo opposto. Esattamente quanto succede nella comunicazione e nell’arte. Gli esseri umani possono esprimere (svelare) o mascherare (rivelare) ciò che pensano in varie forme, ma nel trasferirsi alla rappresentazione (linguistica, musicale, figurativa o informale) il pensiero comunque si vela, in quanto l’intelligibile (significato) non si contiene interamente in parole, sonorità o immagini (significante), per quanto eloquenti, armoniose e appropriate esse siano. Ne consegue non solo che la verità non è comunicabile per intero, ma pure che non si riesce mai a mentire veramente. L’artista s’illude davvero, se pensa di poter dominare e controllare la propria produzione artistica, esprimendo o mascherando dei contenuti considerati reali. Piuttosto è vero il contrario: l’arte domina l’artista e lo muove, lo controlla, lo possiede inconsciamente, senza che egli se ne renda pienamente conto. La stessa autrice ha scritto: “Artista che produce principalmente per se stesso, per appagare un’esigenza creativa innata e irrefrenabile. L’artista è in preda all’arte ed esiste sempre uno scarto tra significante e significato, un ineludibile margine debordante, una differenza, che rimanda inevitabilmente a qualcos’altro, indefinibile, inesprimibile, ineffabile… L’opera usa l’artista per venire al mondo, per emergere dall’indistinto e per offrirsi allo sguardo dell’altro come cosa compiuta e indipendente. Apocalisse, quindi, non è la fine, ma il mistero, la verità abissale che si nasconde dietro a un velo: il mistero e la sua rivelazione. Per intravedere la verità bisogna riuscire a sollevare il velo.

 

Tuttavia rimane una questione irrisolta: cos’è questa verità, che si vorrebbe svelare? L'essere, in quanto verità (άλήθεια), si ritrae da ogni sua rappresentazione nell'ente. Per i primi pensatori greci, la verità non padroneggia e non domina gli enti, bensì, disvelandoli, li lascia essere nella luce. Ecco lo stravolgimento essenziale, secondo la lezione heideggeriana: il verum latino (derivante dalla radice indoeuropea ver e indicante lo sbarramento, la barriera contro ciò che è ostile e insieme la barriera che ripara, chiude e, dunque, copre e nasconde), paradossalmente, è proprio ciò che i Greci chiamano il velamento, il latente ossia il non-vero! La veritas, dunque, è il velamento dell’essere, la dimenticanza e il tramonto del senso autentico della verità. Questo velamento è la radice dell’errore. Nell’interpretare un’opera d’arte, cercando di svelarne il mistero, si rischia proprio di commettere l’errore di rivelarlo (ovvero di nasconderlo nuovamente), perdendo il significato (il famoso sasso in bocca di Lacan), cadendo nella rete dei significanti, pensando che l’essere non sia…

 

Inoltre l’opera può agire come le macchie di Rorschach, cioè a mo’ di test proiettivo. Non è un caso che l’uso dell’interpretazione di disegni ambigui per valutare la personalità di un individuo sia un’idea risalente a geniali artisti del passato, come Leonardo da Vinci e Botticelli. Pertanto l’interprete rischia di parlare di sé e dei propri contenuti inconsci, invece di aprire, illuminare e disvelare quelli dell’opera e dell’artista che vorrebbe interpretare. Così confonde la verità (άλήθεια) dell’essere con la propria veritas... senza rendersene conto? Monica Bisogno ha espresso un pensiero molto simile a questo, quando ha scritto: “La realtà di un uomo che sia artista o meno è un micromondo sconosciuto e inesplorato: è una piccola verità, la sua verità. Questa non si presenta univoca, ma sfaccettata, molteplice, incomprensibile e bellissima”. Allora è necessario lasciar essere nella luce l’ente, far emergere questa verità, la verità dell’autore, la sua verità appunto e non quella del fruitore ed interprete, proiettata sull’ente (l’opera d’arte). Naturalmente la verità è sua perché, in qualche modo, gli appartiene in quanto creatore, non certo perché la possiede, visto che egli è espropriato dal possesso e dal dominio della propria opera e, di conseguenza, della presunta verità (incomprensibile anche a se stesso), come abbiamo avuto modo di spiegare sopra.

 

Insomma ogni categoria, entro cui si potrebbe racchiudere la poliedrica opera dell’autrice per definirne l’essenza, risulterebbe un letto di Procuste e finirebbe per fabbricare, deformandola, quella realtà che vorrebbe, invece, scoprire. L’autentica via da percorrere per avvicinarsi al misterioso paesaggio interiore di Monica Bisogno, senza mai nutrire l’illusione di poterlo penetrare, afferrare e possedere completamente, è quella di lasciar parlare l’opera, ascoltando la sua voce abissale con il cuore, piuttosto che codificarla con l’analisi mentale. Allora si scoprirà un infinito desiderio di libertà e di trasformazione, metamorfosi e rinascita interiore. Si troverà un’opera tesa allo sbocciare dello spirito in fiori di carne e all’individuazione del Sé più profondo, che si muove in una ricerca continua attraverso l’universo femminile, aperta e mai conclusa, sensibile e commovente. Un’opera che oltrepassa le perturbanti fantasie prenatali e puerperali, le quali devono necessariamente fare i conti con l’inconscio e la genetica, e dove si possono percepire evocazioni della materia primordiale uterina, del passaggio dall’inorganico all’organico, della creazione biologica di un organismo nuovo, che segue parallelamente la formazione di un corpo di luce cristallino rivolto alla dimensione verticale, all’ascensione spiraliforme dell’anima incarnata verso stati dell’essere più elevati, i quali danzano in un’arcana unità euritmica. Un’opera che nasce da intuizioni fulminee e folgoranti sull’inesplicabile mistero dell’alterità (scrive l’autrice: “Se per magia la mano riesce a trovare la strada nel cuore del foglio, ecco che l’ideale si rivela”), sulla fusione degli opposti in una rinnovata armonia e sull’equilibrio tra la dimensione dell’esser gettati nel mondo attuale e la dimensione della progettualità, del creare un mondo futuro pieno di energia vitale, sensualità e bellezza multiforme.

 

Per non concludere questo breve saggio, lasciandolo aperto a infinite nuove prospettive illuminanti, si può provvisoriamente sintetizzare il tragitto artistico, finora percorso da Monica Bisogno, in una parola: Amore.

 

 

 

 

Fausto Ranieri, ricercatore di verità, nasce a Trieste. Fin da giovanissimo percepisce una forte attrazione per l’antichità, il paganesimo greco-miceneo e le religioni misteriche (μύστηϛ in gr. è l’iniziato), in particolare i misteri eleusini, orfici e dionisiaci. Questa predisposizione lo conduce agli studi classici, che approfondisce con lo studio accademico delle scienze umane. Alla formazione teorica (attenta principalmente alle discipline filosofiche, psicologiche e demo-etno-antropologiche) unisce la ricerca sul campo (soprattutto quello dei movimenti gnostici e rosacrociani) e le pratiche meditative e fisiche (in particolare orientali, come il taijiquan). Viene introdotto al M.A.I. (Movimento Arte Intuitiva) nel 2004, dove presenta una serie di opere di svariati artisti. Nel 2010 partecipa attivamente al M.E.L. (Mankind Enlightenment Love), la scuola dell’Energia Umana e Universale fondata dal Maestro Luong Minh Dang, e inizia a collaborare con la scuola di Spiritualità Rosa Bianca. Attualmente prosegue le ricerche sulla verità (intesa come άλήθεια, dis-velamento in senso heideggeriano, luce che sorge dall’oscurità) e sulla nuova cultura olistica, in relazione alla coscienza planetaria emergente e al prossimo risveglio quantico.

 

 
 

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